Febbraio 2006 - Con l'Unità d'Italia si costituì un'organizzazione amministrativa del Paese centralizzata, nella quale i Comuni, individuati dallo Statuto Albertino (1814) quali "terminali periferici", avevano una amministrazione autonoma ed erano articolati in prefetture ed in province.
Nel campo dell'assistenza, nel 1862 furono istituite le "Congregazioni di carità", i primi organi dell'assistenza generica nei confronti dei bisognosi, territorialmente coincidenti con i Comuni, che ne nominavano gli amministratori. Accanto alle congregazioni, secondo un'antica tradizione rafforzata dall'emergere del bisogno sociale, svolgevano proprie attività assistenziali le associazioni e le organizzazioni private, le Società di mutuo soccorso, la rete assistenziale della Chiesa e le IPAB (Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza).
Successivamente, nei primi del Novecento, fu privilegiato lo sviluppo di grandi Enti assistenziali statali, a discapito di quelli comunali: nel periodo 1925-1970 si arrivò a circa 50.000 unità che operavano nell'assistenza nazionale. Questa tendenza si invertì dopo l'istituzione delle Regioni: con le leggi del 1972 e del 1977, molte competenze in materia assistenziale furono decentrate ed il ruolo dei Comuni fu potenziato, seguendo una decisa politica territoriale dei servizi sociali basata sui bisogni e sulla domanda della collettività locale.
Il primo processo di politiche sociali innovative si è svolto sulla base di alcuni presupposti e principi di fondo, quali la riorganizzazione del territorio in ambiti territoriali adeguati, la programmazione degli interventi in base alle caratteristiche ed ai bisogni della popolazione, l'integrazione dei servizi sanitari con quelli sociali e la partecipazione attiva nei servizi degli utenti e dei cittadini.
In questo contesto, il ruolo dei Comuni è sempre più importante: sono i Comuni che realizzano, organizzano e gestiscono i servizi sociali, secondo le indicazioni elaborate a livello regionale. La "Carta europea delle autonomie locali", sottoscritta a Strasburgo il 15 ottobre 1985 e tradotta nella legge n. 439/89, rappresenta la base fondamentale per lo sviluppo delle politiche sociali introducendo principi basilari quali la sussidiarietà, cioè la necessità di rispondere ai bisogni delle collettività locali; la cooperazione, intesa come la capacità degli enti locali di associarsi fra loro per la tutela e la promozione dei loro comuni interessi e per la gestione associata dei servizi; l'auto-organizzazione, nel senso di capacità propria nella scelta della struttura amministrativa più idonea allo svolgimento delle funzioni.
Questi punti sono stati concretizzati nel sistema integrato di interventi e di servizi sociali, definito con la legge quadro di riforma dell'assistenza (varata nel novembre 2000 dopo ben 110 anni dalla prima "legge Crispi") ed il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001 - 2003. Gli interventi sociali devono garantire il miglioramento della qualità della vita, pari opportunità e non discriminazione delle condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale derivanti da difficoltà economiche, sociali o fisiche. Le Regioni ed i Comuni devono dunque monitorare i bisogni delle comunità locali e pianificare risposte adeguate che coinvolgano tutte le parti: le istituzioni, il terzo settore e la fitta rete di solidarietà sociale.
Con l’introduzione del Federalismo, le competenza nella gestione diretta dei servizi sociali sono affidati in via esclusiva alle Regioni per quel che riguarda la produzione di norme, agli enti locali per la concreta gestione dei servizi. Al Ministero del Welfare rimangono le competenze in materia di definizione degli standard di soddisfacimento dei diritti sociali (attraverso il sistema dei livelli essenziali delle prestazioni) e una funzione di monitoraggio e valutazione delle politiche sociali.
Dal 2004 sono state avviate attività di monitoraggio sullo stato di avanzamento nella costruzione dei sistemi integrati dei servizi a livello regionale, che si realizza con la presentazione della mappatura delle norme regionali dei servizi sociali, dei piani sociali regionali, con il monitoraggio e la promozione di alcune innovazioni nell’organizzazione dei servizi, come quelle riguardanti la porta sociale. È monitorata inoltre la spesa sociale, attraverso una banca dati, in collaborazione con Istat, sul sistema dei trasferimenti economici di natura assistenziale, e nella partecipazione all’indagine sulla spesa sociale dei comuni, in partnership con Istat e Ministero dell’economia e delle finanze e Regioni. On line infine, sul sito del Ministero della solidarietà sociale sono pubblicati studi e rapporti sulle politiche sociali in Italia.
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