"Ogni cosa deve avere un inizio[…]e quell’inizio deve essere fondato su qualcosa che è già iniziato[…]si deve ammettere con umiltà che l’invenzione non è una creazione dal nulla[…]".Proprio per questo il romanzo di Mary Shelley (1818), che prende le mosse da un suo sogno e fu scritto quasi per gioco, si basa però su precise riflessioni dell’autrice. In primo luogo il pensiero è rivolto al delirio di onnipotenza dell’uomo che si vuole fare simile a Dio diventando egli stesso creatore, con la capacità di decidere della vita e della morte. I limiti della scienza e della moralità diventano labili e tra le righe viene ammonito il desiderio dell’uomo di volerli oltrepassare a tutti i costi, tema quanto mai attuale in un’epoca in cui la clonazione fa porre tanti interrogativi.
Ma la vera chiave di volta della narrazione è nella figura del Mostro, o meglio della "creatura", come viene definita nel romanzo, materializzazione vivente delle nostre paure. Frankenstein ossessiona, perseguita, rompe ogni regola. Specchiarsi in lui è specchiarsi nel nostro opposto, corpo deforme in pezzi, sommariamente ricucito, incapace di riconoscersi nel prossimo e di ricevere quell’amore che disperatamente richiede. Egli,massima espressione dell’emarginato, del "diverso", abbandonato da tutti persino dal suo creatore trasforma la sua energia positiva in istinto omicida. Non c’è posto per lui in un mondo scandito da regole precise e che non accetta ciò che esce fuori dagli schemi.
Mary Shelley nasce a Somers Town (Londra) il 30 agosto 1797 da Mary Wollstonecraft, autrice della prima dichiarazione dei diritti della donna, e da William Godwin, filosofo. A sedici anni conosce Percy Bysshe Shelley, infelicemente sposato, e fugge con lui trasferendosi dopo qualche tempo in Italia. Nel 1822, alla morte del marito, Mary fa ritorno in Inghilterra dove si dedica alla pubblicazione delle opere postume del poeta. Muore a Londra il primo febbraio 1851.
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